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I timori di persecuzione collegati all'orientamento sessuale possono garantire la protezione internazionale

Cassazione civile sez. I, 25/05/2020, n.9561

La nozione di «rifugiato», di cui all'art. 2, comma 1, lett.e), d.lg. n. 251/2007, quale cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese ricomprende grazie al riferimento al determinato gruppo sociale anche i timori di persecuzione collegati all'orientamento sessuale.

Fonte:
Diritto & Giustizia 2020, 26 maggio

Professionista pensionato ed obbligo di iscrizione a Gestione Separata

Cassazione civile sez. lav., 23/03/2020, (ud. 04/12/2019, dep. 23/03/2020), n.7485


FATTI DI CAUSA
Con sentenza depositata il 17.4.2014, la Corte d'appello di Bologna ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva accolto l'opposizione proposta da R.A. avverso la cartella esattoriale con cui gli era stato ingiunto il pagamento di somme per contributi dovuti alla Gestione separata.

La Corte, in particolare, ha ritenuto che, trattandosi di soggetto che aveva svolto attività di lavoro autonomo successivamente al pensionamento, dovesse trovare applicazione l'esclusione dall'iscrizione alla Gestione separata prevista dal D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, (conv. con L. n. 111 del 2011), che, nel recare l'interpretazione autentica della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, aveva esonerato dall'iscrizione i soggetti di cui al precedente comma 11, vale a dire coloro che svolgono attività di lavoro autonomo dopo essere stati collocati in pensione da taluno degli enti privati gestori di forme di previdenza obbligatorie. Contro tali statuizioni ha ricorso per cassazione l'INPS, proponendo un unico motivo di censura. R.A. ha resistito con controricorso.

Diritto
RAGIONI DELLA DECISIONE
Con l'unico motivo di censura, l'INPS denuncia violazione e falsa applicazione del D.L. n. 98 del 2011, art. 18, commi 11 e 12, (conv. con L. n. 111 del 2011), per avere la Corte di merito ritenuto che l'odierno controricorrente, pur avendo continuato a svolgere, successivamente al pensionamento di vecchiaia, attività di lavoro autonomo di perito industriale, per la quale aveva versato all'ente privato che gestisce la previdenza obbligatoria in favore dei periti industriali soltanto il contributo integrativo, non fosse tenuto a iscriversi presso la Gestione separata presso l'INPS.

Il motivo è fondato.

Com'è noto, il D.L. n. 98 del 2011, art. 18, (conv. con L. n. 111 del 2011), nel prevedere, al comma 12, che la L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, si interpretasse nel senso che "i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorchè non esclusiva, attività di lavoro autonomo tenuti all'iscrizione presso l'apposita gestione separata INPS sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all'iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11", ossia agli enti previdenziali di diritto privato di cui ai decreti legislativi nn. 509/1994 e 103/1996, ha testualmente esteso l'esclusione dall'obbligo di iscrizione alla Gestione separata ai "soggetti di cui al comma 11", cioè ai soggetti "già pensionati" in riferimento ai quali il predetto comma 11 ha a sua volta previsto che "gli enti previdenziali di diritto privato" di cui ai citati decreti legislativi nn. 509/1994 e 103/1996, "entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto" dovessero adeguare "i propri statuti e regolamenti, prevedendo l'obbligatorietà dell'iscrizione e della contribuzione a carico di tutti coloro che risultino aver percepito un reddito, derivante dallo svolgimento della relativa attività professionale" e istituendo a loro carico "un contributo soggettivo minimo con aliquota non inferiore al cinquanta per cento di quella prevista in via ordinaria per gli iscritti a ciascun ente".

Ciò posto, reputa il Collegio che i principi di diritto elaborati da questa Corte nell'interpretazione della disposizione di cui all'anzidetto D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, cit. (cfr. Cass. nn. 30344 del 2017, 32166, 32167 e 32508 del 2018) debbano governare anche la soluzione della presente fattispecie, la cui peculiarità è rappresentata dal fatto che l'attività di lavoro autonomo richiedente l'iscrizione all'albo (nella specie, dei periti industriali) è stata posta in essere da un soggetto già pensionato.

Va anzitutto rilevato come non possa condividersi l'assunto della sentenza impugnata secondo cui la previsione per il futuro dell'obbligo di assoggettamento a contribuzione dei redditi percepiti dai lavoratori autonomi già pensionati escluderebbe, in via d'interpretazione, la possibilità di iscrizione alla Gestione separata "in tutti i casi in cui il pensionato sia libero professionista iscritto ad albo professionale" (così la sentenza impugnata, pag. 6): al contrario, il fatto che il legislatore, nel dettare al successivo comma 12 la norma d'interpretazione autentica della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, abbia ritenuto di menzionare espressamente, al fine di escluderli dall'obbligo di iscrizione, "i soggetti di cui al comma 11", ossia appunto i pensionati che versino il contributo soggettivo agli enti privati gestori delle forme di previdenza obbligatorie, conferma semmai che anche per costoro un obbligo di iscrizione esisteva già prima dell'introduzione della D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 11, cit., e che solo l'adeguamento degli statuti degli enti privati al complessivo disposto del comma 11 (vale a dire alla previsione di "obbligatorietà dell'iscrizione e della contribuzione a carico di tutti coloro che risultino aver percepito un reddito, derivante dallo svolgimento della relativa attività professionale") può comportarne l'esonero dall'iscrizione alla Gestione separata.

Detto altrimenti, il fatto che il legislatore, nel dettare la norma d'interpretazione autentica della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, abbia escluso dall'obbligo di iscrizione alla Gestione separata i pensionati che svolgano attività lavorativa libero-professionale per la quale è prevista l'iscrizione ad un albo e che versino all'ente previdenziale di categoria il contributo soggettivo, significa a contrario che costoro, qualora non fossero stati (come nella specie) tenuti a versare il contributo soggettivo all'ente esponenziale di categoria, dovevano iscriversi alla Gestione separata: diversamente, non ci sarebbe stato motivo di menzionare "i soggetti di cui al comma 11" nell'ambito della norma d'interpretazione autentica contenuta nel successivo comma 12, giacchè il presupposto per l'iscrizione alla Gestione separata da parte di soggetti che svolgano attività libero-professionale per la quale è previsto l'obbligo di iscrizione ad appositi albi è costituito precisamente dal fatto che costoro non siano tenuti a versare all'ente previdenziale di categoria un contributo che dia luogo alla costituzione di una posizione previdenziale (così già Cass. n. 30344 del 2017, cit.).

Per il resto, non può il Collegio che richiamarsi alle argomentazioni già più volte esposte da questa Corte nelle pronunce dianzi ricordate a proposito della corretta interpretazione della norma di cui al D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, cit., e ribadire che la vocazione universalistica affidata alla Gestione separata dalla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, va compresa sia nei suoi profili soggettivi, per essere rivolta a tutti i lavoratori autonomi che siano privi di altra tutela previdenziale, sia soprattutto nei suoi profili oggettivi, per essere riferita a tutti i redditi non assoggettati altrimenti ad alcuna contribuzione previdenziale: sta qui la ragione di fondo che rende non condivisibile l'assunto (perorato anche nell'odierno controricorso) secondo cui non potrebbe essere soggetto all'iscrizione nella Gestione separata quel professionista che, sulla base di una qualche eccezione prevista dalla regolamentazione della cassa di previdenza di categoria, non sia tenuto all'iscrizione presso di essa (così specialmente Cass. nn. 32166, 32167 e 32508 del 2018, cit.).

Detto altrimenti, la relazione tra le casse professionali e la Gestione separata non può essere costruita come una relazione di alternatività, cioè postulando che la L. n. 335 del 1995, art. 2, commi 25 e 26, abbiano fissato in abstracto un rigido riparto di competenze, ma piuttosto come una relazione di complementarità, tale per cui se una cassa professionale di categoria, nell'esercizio della sua potestà di autoregolamentazione, decide di escludere taluni professionisti dal versamento di contributi utili a costituire una posizione previdenziale, tale esclusione sarà sufficiente a riespandere la vocazione universalistica della Gestione separata (sempre che ci si trovi in presenza di attività libero-professionali svolte in modo abituale, ancorchè non esclusivo, oppure di attività che, se svolte in forma occasionale, diano luogo ad un reddito pari o superiore a 5.000 Euro, per come indicato nel D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2, conv. con L. n. 326 del 2003).

E' piuttosto il caso di aggiungere che a diverse conclusioni non può giungersi nemmeno considerando la peculiare situazione dei liberi professionisti che abbiano (come nella specie) già conseguito la pensione, che potrebbero trovarsi a pagare una contribuzione senza riceverne alcun beneficio in termini pensionistici: com'è stato più volte chiarito da questa Corte, non esiste alcun rapporto di corrispettività tra l'obbligo del versamento contributivo e la prestazione previdenziale assicurata dalla gestione che ne è destinataria nè alcun principio generale di esonero dal pagamento o di restituzione di contributi legittimamente versati per i quali manchino o non possano più verificarsi i presupposti per la maturazione del diritto ad una prestazione previdenziale (v. tra le tante Cass. n. 29910 del 2011).

Pertanto, non essendosi la Corte territoriale uniformata al consolidato principio di diritto secondo cui l'iscrizione alla Gestione separata deve considerarsi obbligatoria per i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorchè non esclusiva, attività di lavoro autonomo di cui all'art. 49 (ora 53), comma 1, TUIR, l'esercizio della quale, se subordinato all'iscrizione ad un albo, non sia soggetto ad un versamento contributivo agli enti previdenziali di riferimento che sia suscettibile di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata posizione previdenziale, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d'appello di Bologna, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d'appello di Bologna, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2020

Come si perfeziona il procedimento notificatorio del ricorso per cassazione

I Giudici di legittimità ribadiscono che «la produzione dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia del ricorso per cassazione spedita per la notificazione a mezzo del servizio postale ex art. 149 c.p.c., o della raccomandata con la quale l’ufficiale giudiziario dà notizia al destinatario dell’avvenuto compimento delle formalità di cui all’art. 140 c.p.c., è richiesta dalla legge esclusivamente in funzione della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio e, dunque, dell’avvenuta instaurazione del contraddittorio».
Pertanto, prosegue il Collegio, «l’avviso non allegato al ricorso e non depositato successivamente può essere prodotto fino all’udienza di discussione di cui all’art. 379 c.p.c., ma prima che abbia inizio la relazione prevista dal primo comma, ovvero fino all’adunanza della corte in camera di consiglio di cui all’art. 380-bis c.p.c., anche se non notificato mediante elenco alle altre parti ex art. 372, comma 2, c.p.c.».
Laddove però, conclude la Corte, non venga prodotto l’avviso di ricevimento, e non vi sia stata alcuna attività difensiva da parte dell’intimato, il ricorso per cassazione deve considerarsi inammissibile, in quanto, oltre a non essere consentita la concessione di un termine per il deposito, non ricorrono neppure i presupposti per la rinnovazione della notificazione ex art. 291 c.p.c.
Nella fattispecie, mancando la costituzione dell’intimato, la produzione della cartolina e un’eventuale richiesta di rimessione in termini, la Cassazione dichiara il ricorso inammissibile.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 26646/19; depositata il 18 ottobre)

Fattura regime forfettario, dicitura e modello

La fattura regime forfettario è il nuovo modello che i contribuenti che hanno aderito o aderiranno quest'anno o dal prossimo 2019 al regime contabile agevolato così come modificato dalla nuova Legge di Bilancio 2019 vista l'introduzione della flat tax partite Iva 2019 per chi ha ricavi fino a 65.000 euro, con necessità di dicitura specifica.
Con il nuovo regime forfettario 2019 cambiano quindi i requisiti di accesso con l'estensione del limite dei ricavi e compensi a 65.000 euro mentre rimangono i coefficienti di redditività in base al tipo di attività e quindi il codice ATECO, ai fini di calcolo della flat tax 15% e 5% per il regime forfettario start up 2019.

Invariati nel 2019, i vantaggi del regime come la semplificazioni IVA, gli esoneri e adempimenti fiscali previsti per i nuovi forfettari che incidono sul tipo di fattura da emettere con l'aggiunta dell'esonero dall'obbligo della fattura elettronica 2019 e dal nuovo Esterometro 2019 e l'abolizione di alcune limitazioni riguardanti le spese lavoro dipendente e dei beni strumentali.
Regime forfettario 2019 novità: come già ricordato con la nuova Legge di Bilancio 2019 per i contribuenti del regime forfettario 2019 è arrivata la flat tax partite IVA regime forfettario 2019 e flat tax 2019 start up.


Fattura regime forfettario 2019 dicitura: esempio La fattura deve contenere tutti i dati indicati all’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972; Non va esposta l’IVA, in quanto operazione non soggetta ad IVA;
Nella fattura del contribuente forfettario va riportata un'apposita dicitura, che serve ad indicare che chi ha emesso o ricevuto la fattura, cedente o prestatore, rientra nel nel regime forfetario. Un esempio di dicitura fattura regime forfettario 2019 professionisti aggiornata alle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2019 da indicare potrebbe essere la seguente:
"Operazione effettuata ai sensi dell’articolo 1, commi da 54 a 89, della Legge n. 190/2014 così come modificato dalla Legge numero 208/2015 e dalla Legge n. 145/2018".

Infine, chi aderisce al regime forfettario non è soggetto all'obbligo della fattura elettronica.

Di seguito, quindi, un esempio di fattura (per avvocati, ma valida per tutti i professionisti, con l'unica differenza eventuale relativa alla Cassa ):


Intestazione
Avvocato Nome e Cognome
Domicilio Fiscale
P.IVA

Spett.le
Intestazione Cliente
P.IVA



Oggetto: fattura n. 1/2019 avente oggetto:
"Collaborazione prestata"

Onorari e competenze 10.000,00
Contributo Cassa Prev. Avvocati 4,00% 400,00
Netto                        € 10.400,00




********Vogliate cortesemente effettuare il bonifico sul nostro conto corrente Codice IBAN: ... intestato a Avv. ... tratto su ... Banca S.p.A

********Operazione effettuata ai sensi dell’articolo 1, commi da 54 a 89, della Legge n. 190/2014 così come modificato dalla Legge numero 208/2015 e dalla Legge n. 145/2018






Fattura elettronica: il codice destinatario

Con l’avvio dell’obbligo della fattura elettronica tra privati dal 1 gennaio 2019 è questa una delle domande più frequenti.

Il codice destinatario rappresenta uno degli elementi fondamentali per la fatturazione non solo per ricevere ma anche per trasmettere le fatture elettroniche tramite il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate.

L’intero processo di fatturazione elettronica potrà essere gestito anche tramite PEC ma, soprattutto per le imprese più grandi che gestiscono molte fatture, è bene attrezzarsi per sapere a cosa serve e come si richiede il codice univoco o destinatario.

In parole semplici si potrebbe dire che è l’indirizzo al quale il “postino SdI” dovrà recapitare la fattura. Proprio per questo è importante capire come si richiede e, soprattutto, come registrare sul sito dell’Agenzia delle Entrate l’indirizzo telematico dove ricevere tutte le e-fatture.

Codice destinatario fattura elettronica: cos’è e a cosa serve
Il codice destinatario è un codice alfanumerico di sette cifre che l’emittente dovrà indicare all’interno della fattura. Serve per consentire al Sistema di Interscambio di indicare a chi dovrà consegnare il documento.

Per una corretta consegna delle fatture elettroniche da parte del SdI, il “postino virtuale” incaricato dall’Agenzia delle Entrate, sarà necessario fornire il proprio indirizzo telematico.

Non esiste soltanto il codice univoco ma è possibile scegliere la modalità di ricezione più idonea alle proprie esigenze.

L’indirizzo telematico per la ricezione delle fatture può essere di tre diverse tipologie:

un indirizzo PEC, in tal caso il fornitore, nel compilare la fattura, dovrà inserire nel campo «Codice Destinatario» il valore «0000000» (sette volte zero) e nel campo «PEC Destinatario» l’indirizzo PEC comunicato dal cliente;
un codice alfanumerico di 7 cifre, in tal caso occorrerà compilare solo il campo della fattura Codice Destinatario con il codice comunicato dal cliente;
il codice numerico 0000000 (sette volte zero) qualora il cliente non abbia comunicato alcun indirizzo telematico (PEC o Codice Destinatario): in tal caso il fornitore dovrà ricordare al cliente che la fattura elettronica è recuperabile nella sua area riservata “Consultazione” del portale “Fatture e Corrispettivi”.
Le tre diverse modalità si adattano a tre diverse tipologie di utenti:

la PEC è il sistema di emissione e ricezione adatto per chi gestisce poche fatture;
il codice destinatario di sette cifre è utile per le imprese più grandi che necessitano di un sistema di fatturazione elettronica più “sviluppato”;
l’inserimento del codice numerico composto da sette zeri è il caso tipico dei consumatori finali (la cosiddetta fatturazione B2C).
Come richiedere il codice destinatario

Il codice univoco o destinatario per ricevere le fatture elettroniche può essere richiesto dai soggetti titolari di un canale di trasmissione accreditato presso il Sistema di Interscambio. In tal caso, l’Agenzia delle Entrate invierà il codice “personale” formato da sette cifre da fornire ai propri fornitori.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il codice destinatario non è richiesto direttamente dall’impresa o dal professionista, ma viene fornito da una delle software house di mercato o dal proprio intermediario. In sostanza sarà il gestore del programma utilizzato per la fatturazione elettronica che dovrà fornire il codice univoco ai propri clienti.

Tutti i file in formato .xml delle fatture ricevute saranno inviate quindi direttamente al software gestionale prescelto per la fruizione dei servizi di fatturazione elettronica, che potrà anche essere utilizzato ai fini della conservazione.

Il compito di imprese e professionisti, per agevolare e rendere più sicuro il processo di consegna della fattura elettronica, sarà quello di pre-registrare l’indirizzo telematico sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Codice destinatario fattura elettronica, come pre-registrare l’indirizzo telematico
La possibilità di registrare il codice destinatario è uno dei servizi messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate in vista dell’avvio dell’obbligo di fatturazione elettronica. Conviene sempre indicare preventivamente al SdI qual è l’indirizzo telematico presso cui ricevere le fatture elettroniche, indipendentemente da quello che avrà indicato il fornitori in fattura.

Per farlo sarà necessario accedere all’interno del Portale Fatture e Corrispettivi dell’Agenzia delle Entrate, alla sezione Fatturazione elettronica > Registrazione dell’indirizzo telematico dove ricevere tutte le fatture elettroniche.

La schermata che apparirà sarà la seguente:



A questo punto basterà inserire il codice univoco comunicato dal proprio intermediario. Il postino SdI consegnerà tutte le fatture destinate all’indirizzo pre-registrato.

La fatturazione elettronica va cambiata secondo il Garante

Il Garante per la protezione dei dati personali ha avvertito l’Agenzia delle entrate che il nuovo obbligo della fatturazione elettronica, così come è stato regolato dall’Agenzia delle entrate, “presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali”. Per questo motivo ha chiesto all’Agenzia di far sapere con urgenza come intenda rendere conformi al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti di dati che verranno effettuati ai fini della fatturazione elettronica.

E’ la prima volta che il Garante esercita il nuovo potere correttivo di avvertimento, attribuito dal Regolamento europeo, attraverso un provvedimento adottato anche a seguito di alcuni reclami.

Il nuovo obbligo di fatturazione elettronica – esteso a partire dal 1 gennaio 2019 anche ai rapporti tra fornitori e tra fornitori e consumatori – presenta, secondo il Garante, un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, comportando un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione, sproporzionato rispetto all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito.

Entrando nel merito del nuovo sistema di e-fatturazione il Garante ha rilevato una serie di criticità. In primo luogo, l’Agenzia, dopo aver recapitato le fatture in qualità di “postino” attraverso il sistema di interscambio (SDI) tra gli operatori economici e i contribuenti, archivierà e utilizzerà i dati anche a fini di controllo. Tuttavia non saranno archiviati solo i dati obbligatori a fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé informazioni di dettaglio ulteriori sui beni e servizi acquistati, come le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni (es. regolarità nei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti), o addirittura la descrizione delle prestazioni sanitarie o legali. Altre criticità derivano dalla scelta dell’Agenzia delle entrate di mettere a disposizione sul proprio portale, senza una richiesta dei consumatori, tutte le fatture in formato digitale, anche per chi preferirà comunque continuare a ricevere la fattura cartacea o digitale direttamente dal fornitore, come garantito dal legislatore.

Ulteriori problemi pone il ruolo assunto dagli intermediari delegabili dal contribuente per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture, alcuni dei quali operano anche nei confronti di una moltitudine di imprese, accentrando enormi masse di dati personali con un aumento dei rischi, non solo per la sicurezza delle informazioni, ma anche relativi a ulteriori usi impropri, grazie a possibili collegamenti e raffronti tra fatture di migliaia di operatori economici.

Anche le modalità di trasmissione attraverso lo SDI e gli ulteriori servizi offerti dall’Agenzia (come la conservazione dei dati) presentano criticità per quanto riguarda i profili di sicurezza, a partire dalla mancata cifratura della fattura elettronica, tanto più considerato l’utilizzo della PEC per lo scambio delle fatture, con la conseguente possibile memorizzazione dei documenti sui server di posta elettronica.

Una preventiva consultazione dell’Autorità, peraltro stabilita dal previgente Codice privacy e dal nuovo Regolamento Ue, avrebbe potuto assicurare fin dalla progettazione l’avvio del nuovo sistema con modalità e garanzie rispettose della protezione dei dati personali, introducendo misure tecnico organizzative adeguate in tutta la filiera del trattamento dei dati personali per la fatturazione elettronica.

Il provvedimento del Garante è stato inviato anche al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze per le valutazioni di competenza.

Notifica telematica impossibile, molte P.A. non comunicano la pec

Per moltissime altre amministrazioni, comunali e non, non è possibile notificare telematicamente un atto giudiziario. A distanza di dieci anni esatti dall'avvio del processo civile telematico, questa situazione paradossale è la conseguenza della consueta schizofrenia legislativa e della altrettanto consueta regola italica per cui ciò che vale per i privati non vale per lo Stato.

È accaduto, infatti, che il c.d. Registro IPA, nel quale sono inseriti tutti gli indirizzi di posta elettronica certificata delle pubbliche amministrazioni, non è più tra i pubblici elenchi dai quali estrarre gli indirizzi pec da utilizzare per le notificazioni e comunicazioni degli atti in materia civile, penale, amministrativa e stragiudiziale.

Più esattamente, l'articolo 16 comma 8 del Dl 29 novembre 2008 n. 185 prevedeva che tutte le amministrazioni pubbliche istituissero una casella di posta elettronica certificata e ne dessero comunicazione al Centro Nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione. Dando attuazione alla norma sopra richiamata, tutti questi indirizzi erano stati pubblicati in un apposito elenco consultabile telematicamente, l'IPA appunto. Quel registro, poi, era stato equiparato agli elenchi pubblici dai quali poter acquisire gli indirizzi pec validi per le notifiche telematiche (art. 16 ter Dl. n. 179/2012). Senonché questa disposizione è stata modificata dall'art. 45 bis comma 2 lettera a) numero 1) del Dl n. 90/2014, enfaticamente intitolato “misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari”, ed il registro IPA, che prima era espressamente contemplato, non è stato più richiamato dalla norma novellata.

Dunque, ai fini suddetti (notifica telematica di un atto ad una amministrazione pubblica) non qualunque indirizzo pec potrà utilizzarsi, ma solo quelli inseriti in un apposito registro tenuto dal Ministero della Giustizia, al quale gli enti avrebbero dovuto comunicarli entro il 30 novembre 2014. Accedendo al Registro delle P.A. tenuto dal Ministro della Giustizia si scopre però che non tutte le Pubbliche Amministrazioni hanno comunicato il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.

Così, effettuando una ricerca si apprende, ad esempio, che solo uno sparuto numero di aziende ospedaliere è nell'elenco, oppure che vi sono comuni abitati da poche anime ma non città metropolitane. La incompletezza di questo elenco non è priva di conseguenze. Con una nota del 21 giugno 2016, la Direzione Generale della Giustizia Civile – Ufficio I – Affari Civili Interni ha chiarito che il Registro IPA non può più essere considerato pubblico elenco al fine di notificare a mezzo pec alla pubblica amministrazione.

Dunque, se una certa amministrazione non si è preoccupata di comunicare al Ministero l'indirizzo valido ai fini delle notifiche telematiche, a questa gli atti giudiziari dovranno essere notificati in maniera “analogica”, ossia in formato cartaceo ed a mezzo dell'ufficiale giudiziario.
Si tratta dell'ennesimo esempio di come in questo paese ad essere fuorilegge è innanzitutto lo Stato in tutte le sue articolazioni; quello stesso Stato che vessa professionisti ed imprese imponendogli di adeguare gli studi e le aziende ad ogni genere di “innovazione” senza preoccuparsi – però – di assicurare servizi pubblici realmente efficienti e spesso – come nel caso specifico – complicando il compimento di atti che in teoria – ma solo in teoria – vorrebbe semplificare.